Educare ai tempi di YouTube si può.

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“10 anni fa YouTube non esisteva”. L’ho detto ieri a mia figlia, classe 2000, che credeva fosse sempre esistito come un pianeta del suo sistema mediale, ma così è: YouTube è nato solo nel 2005 dalla mente di tre ex dipendenti di PayPal: Chad Hurley, Steve Chen e Jawed Karim. L’acquisto da parte di Google nel 2006 ha fatto diventare questa piattaforma la più grande videoteca del mondo, mettendola irrevocabilmente sulla strada di bambini, adolescenti e giovani e di chi si dedica alla loro educazione, come la famiglia, la scuola e le comunità cristiane in primis.

Su YouTube contano solo i numeri: l’obiettivo infatti è avere tante visualizzazioni, magari anche comprandole a modici prezzi, tipo 300 Euro per 250mila click; non ha invece alcuna rilevanza il contenuto, la qualità, artistica o etica che sia. Se un video ottiene milioni di visualizzazioni, nella cultura YouTube, significa che è buono e assurge a verità dogmatica. Per diversi video musicali, ad esempio, i numeri delle visualizzazioni sono centinaia di milioni, ma solo 2 video hanno superato il miliardo: “Gangnam Style” del coreano Psy con circa 2,3 miliardi di click, e “Baby” del teenager americano Justin Bieber con circa 1,1 miliardi. Colpiti dal virus dell’autocensura, a nessuno verrebbe in mente di dire, per esempio, che Gangnam Style non è né più né meno che un ballo animato (un “ban”) di un nostro oratorio, le cui attività continuano però a meritarsi il compassionevole “cose da oratorio” anche da parte di chi vi partecipa. Sempre per esempio, a nessuno verrebbe in mente di dire che “Baby” non solo non ha un accenno di poesia, ma nemmeno una metafora, un’immagine come la strausata “sei bella come il sole”; nessuno sforzo nella scrittura, tutta un “lo sai che mi ami, lo so che ti interesso, semplicemente urla quando vuoi e io ci sarò”. Ed eccoci al punto: pare ormai che quasi tutto il mondo educante sia prono a questa sottocultura dei numeri, impotente e rassegnato, un po’ nascosto dietro il “cosa ci posso fare, con i miseri mezzi che ho?”. In realtà è possibile fare non solo molto, ma tutto se, nelle nostre comunità cristiane, anche nell’oratorio della provincia o della periferia più remota, tra un biliardino e un ping-pong, parliamo, incontriamo ed educhiamo figli e genitori, fossero anche due o tre, spiegando loro che “milioni di visualizzazioni” non significano né bello, né buono, né vero. Ce la possiamo fare: basta crederci, aiutarci e farci aiutare.

Marco Brusati

Direttore di Hope – Formazione Spettacoli ed Eventi al servizio della Chiesa

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