CATTIVI MAESTRI 

CATTIVI MAESTRI

di Marco Brusati

Anche dopo il terribile delitto di Ferrara, lo sterotipo analitico suona più o meno così: famiglia, scuola ed agenzie educative si rivelano deboli ed incapaci di rispondere al disagio esistenziale degli adolescenti. Credo che lo sport nazionale di buttare la croce addosso a genitori, insegnanti ed educatori sia un’operazione profondamente sbagliata perché de-responsabilizza tutti gli altri adulti che, in diversa misura, contribuiscono a generale o ad alimentare il disagio, salvo poi chiedere ad altri di risolverlo o arginarlo. Alcuni esempi possono aiutare a capire.

Sono adulti quelli che gestiscono i luoghi del divertimento dove, magari la domenica pomeriggio, svestitissime ragazzine ballano sul cubo; sono adulti quelli che vendono o servono alcolici ai minori; sono adulti normalissimi quelli che lasciano case e capannoni liberi per consentire ai figli ed ai loro amici di organizzare feste che, finite, vomitano sulla strada adolescenti devastati, tra cui ragazze pronte per la visita al consultorio dove scoprono cos’hanno fatto tra fumi e bevute; sono adulti quelli che producono i reality-show che propongono il fannullismo come obiettivo sociale riconosciuto; sono adulti quelli che macellano la vita di migliaia di adolescenti e giovani dicendo di interessarsi alla loro musica e al loro ballo, ma che poi, davanti alle telecamere, li istigano al litigio, alla sfida e all’eliminazione del compagno di studi, alla ribellione verso gli insegnanti, obbligandoli a subire la dirompente umiliazione del televoto; sono adulti quelli che mettono in mano a tardo-infanti quell’esposizione universale incontrollata e incontrollabile che è lo smartphone collegato al web; sono adulti quelli che lasciano in mano ai bambini videogiochi vietati ai minori; sono adulti quelli che cantano, suonano, scrivono che la libertà di fare quello che si vuole è un diritto assoluto ed intangibile e che i “ma” ed i “però” sono solo ostacoli da abbattere. A onor del vero, sono adulti anche quelli che, in buona e santa fede, ripropongono, come in troppe comunità cristiane, stereotipi progettuali, linguistici e comunicativi obsoleti, servendo la Verità con poca fatica di pensiero, mentre là fuori altri adulti imbellettano cadaveri, spacciandoli per star ollivudiàne, con l’amaro risultato che per vent’anni, più o meno dai 12 ai 32 dicono le statistiche, quelle che dovrebbero essere le più belle risorse della Chiesa vengono in massa gettate in gorghi esistenziali diabolicamente illusori e distruttivi. Occorre veramente fermarsi non solo a riflettere, ma a riflettere su cosa fare, partendo da due convinzioni. La prima: l’educazione deve passare da un sano rapporto degli adolescenti con i mezzi di comunicazione mass-mediale dove, spiace dirlo, i modelli antrolopogici sono radicalmente agli antipodi sia di quelli cristiani, sia di quelli che possano garantire una primaria convivenza sociale; i contenuti con cui crescono gli adolescenti smartphonizzati non vengono dalla famiglia, dalla scuola, dalla parrocchia, come molti ancora si illudono, ma da quello che arriva prima, più facilmente e più spesso, ovvero quello che hanno, è il caso di dirlo, a portata di mano. La seconda: è necessario diventare competenti spine nel fianco della televisione, della radio, della musica, dei gestori di reti, agendo quotidianamente nei mass-media, nella cultura, nella società e nella politica, per salvare i giovani dalla cupidigia degli adulti che di sicuro hanno a cuore il loro proprio portafoglio. 

Non è vero, dunque, come dicono alcuni, che i nostri figli non hanno maestri; è vero piuttosto che i maestri ci sono, sono tanti e che spesso sono cattivi.

Marco Brusati 

Direttore Hope Music

NELLA TERRA DEI LIKE


Nel volo verso nuovi umanesimi, stiamo facendo scalo nella terra dei like. Il decollo è avvenuto dalla terra della coerenza, dov’era considerato un valore mostrarsi per quel che si è: dico quel che faccio; racconto quel che sono. Lasciata quella terra sicura, siamo transitati dalla terra dell’apparenza: mi mostro, quindi sono; appaio, quindi valgo. Infine, da poco più di un lustro, anche la terra dell’apparenza è stata semi-abbandonata ed abbiamo iniziato a colonizzare la magmatica terra dei like: non solo dico e faccio, ma addirittura penso ciò che ottiene consenso o che, quantomeno, non solleva dissenso.

In questa nuova terra, si percorrono prevalentemente due strade. La prima è la novità: basta scorrere YouTube per trovare milioni di visualizzazioni a video di “cose mai viste prima”: dal leone che abbraccia scodinzolante il suo padrone, al sacerdote in paramenti liturgici che, ad un matrimonio, canta e balla “Mamma Maria”. Siccome non son cose di tutti i giorni, ecco scattare il consenso. Tuttavia, la strada della novità nella terra dei like è difficile da percorrere ed è molto breve: tutto nasce e finisce con il consenso che si riceve e chi lo offre è già pronto a cercare altro.

La seconda strada è l’uniformità, meno insidiosa della prima e, per questo, più praticata: che corrisponda o meno al vero, nella terra dei likel’uniformità porta a mostrarsi contro il bullismo, il razzismo, l’odio, le fobie e la para-fobie; a dirsi costruttori di ponti, dialoganti, accoglienti, multiculturali. Man mano però che si percorre questa strada, avviene un’evoluzione antropologica:il pensiero smette di essere articolato, declinato, sfumato, per divenire pensiero semplice (mi piace-non mi piacee poi pensiero unico (mi deve piacere-non mi deve piacere). Siamo così portati a censurare il nostro stesso pensiero, quello che, per esempio,  fa rabbrividire quando si viene a sapere che nel cuore dell’Europa un minore ha subito l’eutanasia. Si tratta di una notizia-novità passata nel soffio stesso del suo racconto e finita nel dimenticatoio, pronta per un’altra novità. In più, la mancanza di reazioni significative ci induce a credere che il pensiero stesso, quello che si indigna per cani e gatti maltrattati, diventa uniformemente muto quando si ritiene che qualcosa abbia già tutti a favore, finendo così per accettarla senza discussioni. Succede così che il pollice alzato nella terra dei like, al contrario di quanto avveniva nelle arene romane, finisca per significare morte.

POKÉMON-GO E GMG: C’ENTRANO QUALCOSA?

Dal 6 luglio, giorno del lancio di Pokémon Go, la Nintendo ha raddoppiato il suo valore di mercato a circa 43 miliardi di dollari. L’operazione finanziaria è perfettamente riuscita: il resto è tutto fumo? È presto per dirlo. Secondo Massimiliano Padula, “a ogni innovazione tecnica corrisponde una mutazione antropologica”. Occorre perciò prendere paradossalmente sul serio quei milioni di persone di ogni età che inseguono pupazzetti sullo schermo dello smartphone mentre inquadrano l’ambiente circostante; grazie alla geo-localizzazione, Pikachu & company sembrano davvero essere in Piazza del Duomo a Milano o al Central Park di New York, ma scompaiono quando si guarda la realtà-reale fuori dallo schermo. E così, come novelli rabdomandi, molti se ne vanno in giro cercando il Pokémon mancante.

È singolare, ma si è parlato di Pokémon Go anche in relazione alla GMG di Cracovia. In una recente intervista, padre Frank Donio, direttore del Centro di Apostolato Cattolico a due miglia da Washington D.C., ha detto: “Come si sa, a seguito della recente mania Pokémon Go, le persone possono essere distratte dai loro telefoni intelligenti e perdere qualcosa di importante, come una macchina sul loro percorso, o, nel caso della Giornata Mondiale della Gioventù, il passaggio del Papa”. È un timore infondato? Direi di no, visto che, secondo l’Accademia Americana dei Pediatri (A.A.P.), negli Stati Uniti un bambino tra gli 8 e i 10 anni passa quasi 8 ore al giorno davanti a computer e televisione, mentre per gli adolescenti le ore sono 11: il che significa che a 7 anni i bambini hanno già trascorso un anno davanti allo schermo, che può perfino diventare il principale strumento di lettura della realtà. Dall’altra parte del Pacifico, c’è il fenomeno, tanto patologico quanto in costante crescita, degli hikikomori, giovani giapponesi che si isolano per mesi nelle loro case, talvolta con il solo schermo del computer a far da tramite con il mondo esterno. Eppure, l’esperienza insegna che la vita non si può schiacciare nella realtà virtuale o in quella aumentata e che solo le relazioni frontali, quelle io-tu, possono essere veramente soddisfacenti, nonché diventare educanti ed evangelizzatrici. Se questo è vero per Pokémon Go, tanto più lo è per la GMG, dove sarebbe davvero singolare finire a guardare il passaggio del Papa dallo schermo dello smartphone, anche se tramite l’applicazione ufficiale dell’evento.

HOPE MUSIC SCHOOL

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Prosegue la settimana formativa per gli allievi della HOPE MUSIC SCHOOL
Fondata nel 1998 su iniziativa del Servizio Nazionale per la Pastorale Giovanile per il quale ha operato in esclusiva per un decennio, oggi Hope è divenuta una rete internazionale di servizio alla Chiesa nei settori della musica, dello spettacolo, degli eventi e della comunicazione mass-mediale.

Nativi ed immigrati…digitali.

computerSecondo una felice definizione di Marc Prensky, nella società contemporanea si contrappongono i nativi e gli immigrati digitali. I nativi sono quelli cresciuti con la diffusione di massa dei PC a interfaccia grafica (1985) ed i sistemi operativi a finestre (1996). Per rendere l’idea, sono quelli nati dal 1985 e che, a 10 anni, hanno iniziato ad avere il computer fisso in casa. Gli immigrati digitali sono, orientativamente, quelli nati prima di tale data. Tuttavia, la sola distinzione tra nativi ed immigrati non è più sufficiente a definire le generazioni che si confrontano e si susseguono nell’agone mediale.

Oggi dobbiamo aggiungere almeno tre generazioni: la “High Speed Generation”, formata dai nati a partire dal 1995 e che, a 10 anni, hanno l’ADSL in casa e possono trasferire tramite PC grandi quantità di dati, come i video; la “Mobile Generation”, formata dai nati a partire dal 2000 e che, prima dei 10 anni, possiedono un cellulare con cui connettersi alla rete ad alta velocità, anche fuori casa; infine, anche se non è ancora ben definita, è già nata la «Cloud  Generation», formata dai nati a partire dal 2005 e che, a 7 anni, iniziano a possedere lo smartphone, che non è un comune cellulare, ma un’estensione mediale che, anzitutto, inverte il processo elettivo, perché sono i contenuti a “scegliere” i fruitori e non il contrario; in più permette di scambiare messaggi vocali senza più la necessità di digitare sulla tastiera; infine i dati sono sempre meno residenti nella memoria dell’apparecchio e sempre più memorizzati al suo esterno, in un nuvola informatica, il cloud  appunto. Questo apre tre scenari. Il primo: i nostri figli sono e saranno sempre più studiati, analizzati e targettizzati per la creazione di prodotti ritagliati sui loro comportamenti, gusti e preferenze, che vengono offerti al marketing attraverso l’uso dei social network gratuiti come FaceBook, i motori di ricerca come Google o siti specializzati come Booking; il secondo: togliendo anche la scrittura di un SMS a favore dei messaggi vocali, la generazione si avvierà verso una forma di società quasi interamente iconica, come quella che ha preceduto l’invenzione della scrittura; il terzo: il passaggio alla smaterializzazione del sistema “cloud” con la possibilità, per esempio,  di ripristinare i files modificati o eliminati porterà alla difficoltà di percepire cosa significhi avere cura dei beni fisici e materiali oltre che di quelli umani e immateriali. Stiamo tenendo conto di questo nei processi educativi? No, ma saperlo ci potrà aiutare quantomeno a limitare i danni.

Marco Brusati

Direttore Generale di Hope-Formazione, Spettacoli ed Eventi al servizio della Chiesa

www.hopeonline.it

Più ballo meno sballo: una terribile menzogna.

Discoteca

“Più ballo, meno sballo”: sono vent’anni che sento ripetere questo mantra quando un ragazzo muore di droga in discoteca, com’è accaduto a Lamberto al Cocoricò di Riccione.  Si tratta di una terribile menzogna, che, tradotta, significa: è possibile sballare un pochino, ma non troppo; è possibile andare in una discoteca romagnola fino alle 7 del mattino, ballare e uscire col sorriso sulle labbra, tirati a nuovo come dall’estetista; basterebbe togliere droga, musica massacrante e sesso e le discoteche sarebbero degli oratori laici dove passare il tempo in compagnia di amici e amiche, magari parlando di come mettere su famiglia.

In realtà, quel ballo, in quei luoghi, a quelle ore, con quella musica è, ontologicamente, “sballo”: l’uno senza l’altro sono inconcepibili nella mente ormai formattata delle decine di migliaia di adolescenti e giovani che li frequentano, che vanno al ballo “per” lo sballo: sballo di volume, frequenze basse e ritmo, tanto che, se non fossimo in un locale rivierasco ma in una fabbrica, saremmo obbligati a mettere le cuffie di protezione acustica; sballo di ecstasy per i più cattivi e di alcol per i più “bravi” e le più “brave”, anche minorenni; sballo erotico in pedana, sul cubo, nei bagni o nei parcheggi.

Genitori, educatori, sacerdoti ed insegnanti non possono sentirsi a posto in coscienza solo perché un locale come il Cocoricò viene chiuso per 4 mesi dal Questore di Rimini: ha fatto bene ed andava fatto, ma pensare che si risolva il problema è come credere di ridurre le vittime della strada chiudendo la produzione della Cinquecento. Le discoteche di quel genere non devono chiudere per sentenza, ma per mancanza di utenti.

Progetto ambizioso, ma non impossibile, che deve partire dalle comunità cristiane e da tre domande: c’è differenza tra come si divertono i ragazzi dei nostri oratori ed i ragazzi del Cocoricò? Non è che, almeno in parte, sono gli stessi? Non è che la pensano uguale su cosa vuol dire divertirsi? Sì, perché la differenza tra una vita orientata al bene e al bello, una vita santa, la si vede nel tempo libero, non nel tempo impegnato, che sia a scuola, in parrocchia o in famiglia.

Esisteva, fino a due anni fa, una bella iniziativa ecclesiale per l’educazione “alla notte e al tempo libero” che si chiamava M’Interessi, un oratorio notturno a sballo zero, dove si potevano incontrare un prete e degli educatori fino all’alba; esisteva, perché quel prete è stato trasferito ad altro incarico ed i locali sono stati riadattati ad oratorio che, la notte, resta naturalmente chiuso.

Il tempo è giunto, e ce lo dice Lamberto morto di droga a 16 anni: le comunità cristiane devono mettere tra le loro priorità l’educazione degli adolescenti e dei loro genitori al tempo libero così che almeno gli oratori non producano carne da macello per i mercanti di (s)ballo. Altrimenti anche l’educazione, se non riguarda l’intera vita della persona, diventa una terribile menzogna.

 

Marco Brusati

Direttore generale di Hope – Formazione, spettacoli ed eventi al servizio della Chiesa